Capitolo I

“Il vino assomiglia all’uomo: non si saprà mai fino a qual punto lo si possa stimare o disprezzare, amare o odiare, né di quali azioni sublimi o di quali mostruosi misfatti sia capace. Non siamo, dunque, più crudeli verso di lui che verso noi stessi, e trattiamolo da pari a pari.”

Charles Baudelaire. “Paradisi artificiali”

E’ proprio quando finisce il freddo dell’inverno e i primi soli primaverili scaldano i pavè, che Santarcangelo dà il meglio di sè. Finalmente le vie, i viottoli e la piazza cominciano a rianimarsi, il colori delle case, sparse e tutte appiccicate l’una all’altra cominciano a svegliarsi con il profumo dei primi caffè serviti nei bar di sotto. Dalla colazione al tramonto il passo è breve, le ombre degli alberi e dei tetti cambia appena un pò la posizione, e il profumo dei caffè cede il posto a quello del tintinnare dei bicchieri di vino, di spritz e alle musiche. Bar, taverne e osterie indossano il loro vestito migliore. Bolle, bollicine, vini rossi “rosadi” e bianchi. Bianco fermo, mosso e meno mosso, cincischierie, bagigi, pizze e pizzette, serrani.

Me ne stavo seduto proprio in una di quelle osteria, ad aspettare il mio solito pastis. già il pastis. Il Francese mi chiamavano per queste mie fissazioni, anche se di francese non ho mai parlato una parola. Il fatto è che col tempo non ho potuto fare mai a meno dei miei piaceri quotidiani…….già i Piaceri. Fissavo quel cubetto di ghiaccio circondato da questo liquore grigio perlato nel mio bicchiere, e mi pare di non avere peso, tanto meno età.

Dove eravamo? ah sì, il Francese. sarà per una di quelle ripetute parole che mio padre fin da piccolo mi faceva suonare e risuonare nelle orecchie. La Francia, Napoleone, la Rivoluzione, i Socialisti, i Campi Elisi, le ostriche e eccetera eccetera.

“sarà che io debbo tenere solo per te questa bottiglia di questo cazzo di liquore di anice? Bevi qualcosa di serio! Un bicchiere di vino no eh?!” – mi tramortivo come i miei pensieri, cessati sul nascere dalle urla del mio caro oste, il proprietario di una di quelle osterie del paese che poco fa decantavo tanto. Giacomo, 28 anni, magro come un calzino bagnato di fresco era il consolatore della fine delle mie giornate morte e nel senso più letterale del termine, di molte ragazzine che si litigavano i tavoli dell’Osteria. Che sia pastis che sia vino, il mio bicchiere con lui era sempre assicurato. “oggi ragazzo ho bisogno di rilassarmi con del sano jazz e un bicchiere degno di quelle note…..vedi tu.” e così si andava avanti, magari fino alle tre di notte, rimboccando lo stomaco con della spianata, mortadella e bolle….tante bolle, sì di quelle bolle che stanno dentro una bottiglia e non muoiono mai. Quelle bolle che il giorno dopo, si fanno sentire con una acidità imbarazzante, che ti fanno correre in farmacia a prendere del malox. Non importa. Non ne potrei farne a meno. Fu una di quelle sere, mentre Giacomo e l’Ammiraglio tagliavano spianata e mortadelle e io fumavo l’ennesimo toscano ciancigato che una scollatura da brividi di sedette con un tipo, un ragazzino sbarbato fino al midollo.

Si sedette al tavolo accanto al nostro. Che dire, sono questi gli attimi in cui ringrazi di esistere, che sai che Dio esiste, e che senti di essere vivo grazie a un susseguirsi di erezioni. E mi ci perdevo in quella scollatura, mi immaginavo di entrarci e stringerli quei seni sotto quella veste verde e azzurra che sa di oriente. Il profumo. Come fare a meno dei profumo della pelle di una Donna. Come si fa. lo sentivo tra le bolle del mio bicchiere e le note di Ballads di John Coltrane. lo sentivo ovunque.

 

La serata non finiva mai, neppure quando il locale chiudeva. Il momento più bello di godersi Santarcangelo era quello, quando tutto ubriaco mi perdevo per le sue vie, ciondolando su ogni gradino della scalinata che portava alla piazza delle Monache tra i profumi, gli odori di quelle notti di giugno e luglio. Non riuscivo più ad aprire il portone di casa. La chiave, il chiavistello (zio cane!) non entrava, il buco era troppo piccolo. Il vino stava facendo il suo dovere, mi lavorava dentro come un bravo medico sa intorpidirti con i suoi medicinali. Ero tutto anestetizzato, diventato confortevolmente insensibile al mondo……ed era quello che volevo. Non ho mai bevuto per dimenticare, e neppure per sete, ma per essere protagonista di un altro film, di un altro libro che non fosse quello in cui sono capitato quando sono nato. Del resto chi di voi non lo ha mai voluto fare, morire dico. Morire dalla sua vita per viverne un’altra. Nessuno, ma io si.