I Pink Floyd non vanno giudicati ma ascoltati e vissuti.

di Ivan Fiori

Pink Floyd at Live Aid - London
Pink Floyd at Live Aid – London

Sono rimasto amareggiato e dispiaciuto leggere su web e giornali alcune critiche così dure nei confronti delll’ultima opera dei Pink Floyd: The Endless River.
Ora non mi soffermerò sui significati di questo lavoro, ma non ho potuto resistere dal prendere carta e calamaio per scrivere a chiare lettere: i Pink Floyd non hanno bisogno di giustificarsi né hanno bisogno di giustificazioni.
Dopo tutto ciò che hanno creato e composto si possono permetterete il lusso di dedicare un intero album ad storico membro della band come Richard Wright, deceduto nel 2008 a seguito di una leucemia fulminante. Lo hanno fatto utilizzando per la maggior parte brani composti e arrangiati negli anni precedenti la morte del tastierista.
I Pink Floyd, come si conviene nella storia delle grandi band rock come Led Zeppelin, Rolling Stones, Queen, The Who, hanno conosciuto un decennio di grandezza assoluta, quello dal 1970 al 1980. Un decennio in cui ci hanno raccontato tutto ciò che essi sono, tutto ciò che noi siamo. Ci hanno raccontato del mondo, delle sue illogicità, della vita e della morte. Che i Pink Floyd dedicassero un intero album ad uno storico membro del gruppo non è la prima volta, già è accaduto con Wish you were here, lavoro dedicato interamente da Waters & C. all’ ex-leader del gruppo, Sid Barret, allontanato dalla band per soppraggiunti problemi psicologici in seguito all’abuso di LSD.
Le loro parole ci hanno raccontato di un mondo, di un mondo che ci opprime e ci isola dagli altri, di un mondo che ci impone sempre una maschera, una sua logica meccanica fatta di egoismo e egocentrismo.
Io con questa musica ci sono cresciuto, ho sognato, ho pianto, e mi sono rialzato al suono degli assoli di chitarra di Gilmour, sono stato accecato dalla loro luce, mi sono lasciato trascinare da loro sul Lato Oscuro della Luna per poi scoprire che non ne esiste il lato illuminato.
I loro album degli anni 70, in particolare modo The Dark Side of The Moon, a 41 anni dall’uscita, fanno capolino ancora nelle classifiche mondiali.

Il matto è nella mia testa 
Affili la lama, fai la trasformazione
Mi rivolterai fino a che non sarò sano
Chiudi la porta 
E butti via la chiave
C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io 
E se la nuvola esplode, tuona nelle tue orecchie 
Gridi e nessuno sembra sentirti 
E se la tua band comincia a suonare canzoni diverse
Ti vedrò sul lato oscuro della luna

(Brian Damage – The Dark Side of The Moon (1973))

Il leader di quegli anni, Roger Waters, ad inizio degli anni 80 ha deciso che i Pink Floyd avevano dato tutto e detto altrettanto. Gilmour, Mason e Wright gli anno dimostrato il contrario. Ricomparsi nel 1987/88 con A Momentary Lapse of Reason, sicuramente un’opera minore rispetto alle precedenti, con l’unico merito (a parte naturalmente le tracce Sorrow e Yet Another Movie, a mio parere) di essere stato un lampo, un urlo nel mondo della Musica che diceva “Siamo ancora vivi!. L’anno succcessivo portano in giro per il mondo un tour faraonico e eccezionale, quale The Delicate Sound of Thunder. La chitarra di Gilmour è viva più che mai, in una forma splendida. Così nel 1994 esce The Division Bell (vi prego, spegnete le luci, allontanate mamma, babbo, donne e cani dalla stanza, chiudete le porte e ascoltate Marooned). Il tour che ne segue, Pulse, è stato uno dei live per organizzazione e perfezione più belli che mai siano stati fatti.
Ora, dopo vent’anni di silenzio di gruppo (anni nei quali Gilmour non si è concesso molte pause a dire il vero), a pochi anni dalla morte di Rick se ne escono con The Endless River.
Bene, cosa sia Endless River, credo di preciso che nessuno ancora lo sappia a parte naturalmente tutto quello che già ci è stato detto. The Endless River va ascoltato, un pezzo alla volta, tutto d’un fiato e poi ancora. Fatelo da soli, lontano da tutto e tutti.
Se ho capito una cosa dai Pink Floyd è che non vanno giudicati, quanto meno subito, ma vanno studiati, letti, sentiti prima di tutto con l’anima.
Nel 1975, con Welcome to the Machine (Wish you were here), ci avevano già detto che non si sarebbero uniformati più a niente e a nessuno, soprattutto all’industria discografica che impone agli artisti argomenti, metodi di lavoro e addirittura modifica interi pezzi di canzoni.

Quindi, voi, che scrivete su quelle riviste patinate, per Loro, non siete che altri mattoni sul muro.

Il Gin&Tonic? Non si beve solo per sete. E in Romagna si beve qui.

di Ivan Fiori

In gioventù spesso mi è capitato di abbandonarmi ai banconi dei bar delle discoteche romagnole chiedendo del gin tonic e nella quasi totalità dei casi mi veniva servito un composto di colore trasparente 50% gin e 50% acqua tonica. Risultato? Delle emicranie il giorno dopo da combattere a forza di “moment”.

Il Gin Tonic della Iole
Il Gin Tonic della Iole

Col tempo ho scoperto, come in quasi tutte le cose del resto, che dietro a questo drink c’è molto altro, un mondo, uno stile, una ricetta segreta, un prodotto artigianale e soprattutto della storia.

Saffron Gin
Saffron Gin

La storia risale alla fine del XVI secolo e all’inizio del XVII quando un medico olandese pensava, distillando il ginepro, di aver ottenuto il classico rimedio per tutti i mali (in effetti…).
La Compagnia delle Indie Olandesi ha poi, esportato questo prodotto artigianale il gran parte del mondo, da Singapore alla costa atlantica degli Stati Uniti.
Nello stesso periodo il gin si andava affermando in modo considerevole in India, dove soprattutto i militari coloniali lo usavano per diluire l’acqua tonica, ricca di chinino, che bevevano per combattere la malaria…… e da qui ha inizio la favola del Gin&Tonic.

A Santarcangelo, sulla collina del Monte Giove, c’è un posto la cui nuova gestione, per mia gioia e felicità, prepara drink e cocktail come Dio comanda! e dove il Gin Tonic viene preparato ad arte.

Mr. Jonathan Di Vincenzo
Mr. Jonathan Di Vincenzo

Jonathan Di Vincenzo, gestore del locale, mi ha fatto letteralmente perdere la testa in mezzo a tutte quelle bottiglie di gin provenienti da Inghilterra, Germania, Francia e Olanda…..praticamente da mezza Europa.
Finalmente, in Johnatan ho travato un barman che sa cosa sta facendo e preparando e sa di cosa parla.
Io gli dico: “Fai tu, fammi provare qualcosa di diverso.” E lui mi tira fuori un gin allo zenzero, di color ocra, francese per la precisione, che pare cognac, il Saffron, che unito a della Fever-Taree farebbe resuscitare tutti i morti in epoca del proibizionismo in America.
Ma andiamo per gradi.

Jonathan mi racconta della storia del Gin, del vero London Dry Gin.

“Il Geneva (il gin olandese) si diffonde rapidamente in Inghilterra, grande consumatore di whiskey, diventato immediatamete il maggior mercato di esportazione per l’Olanda. L’uso smodato che ne viene fatto oltremanica induce gli inglesi a cominciarne a produrre in proprio, cominciando col produrre un gin molto simile al Jenever (Geneva) ma resero il prodotto molto più strutturato e importante. Questo distillato prese il nome di Old Tom. Successivamente, l’ Old Tom variò sensibilmente andando verso una maggiore secchezza e perdendo gran parte degli aromi dolci. Così nasce il London Dry Gin, ad opera nel 1742 di Alexander Gordon, ecco perché ll Gordon Gin è stato il primo grande Gin!”

Gordon Gin
Gordon Gin

Ritengo doveroso fare riferimento al grande romanzo di Oscar Wilde, il Ritratto di Dorian Gray, il libro simbolo di questo periodo,  in cui il Dandy protagonista era alla continua ricerca del Piacere (come potrei non parlarne io!). Il Gin, qui si racconta, che viene bevuto liscio in piccoli bicchieri, come liquore di benvenuto nelle occasioni mondane.

“Al London Dry Gin, negli ultimi dieci anni si è accostata tutta una serie di gin più botannici, più aromatizzati che rendono il gin più dolce e meno secco, forse più gradevole agli aperitivi di oggi (si è tornati alla vecchia ricetta olandese?). Il primo a proporre questa variazione nella ricetta è stato HENDRICK’S, oggi un punto di rifermiento importate nel mondo di questo distillato, poi affiancato da altri prodotti di considerevole qualità, quali MONKEY47, gin tedesco in cui si passa dai 40 gradi del Londo Dry Gin ai 47!, il GIN MARE, CITADELLE, il BLUE RIBBON GIN, il G’VINE (francese).”

The Noble Experiment
The Noble Experiment

“Un Gin&Tonic come si deve però non è solo gin ma anche acqua tonica, evolute negli anni, a pari passo con i gin. La tonic water per eccellenza è e rimane la Swepps, amare e ricca di chinino. A questa si sono affiancate acque più aromatizzate, più dolci al palato e con una bolla meno secca quali la 1724 (la preferita di chi scrive) una tonica cilena, Fever-Three con una bolla molto ricca, senza dimenticare le nuove italiane, Paoletti, Cortese, Lurisia, acqua brillante Recoaro.”

Bene, ora sapete che  un gin&tonic come si deve è molto di più che un semplice drink che toglie l’inibizione e Jonathan lo sta dimostrando apertamente e con grande successo nel suo locale di Santarcangelo, THE NOBLE EXPERIMENT. Un ambiente gradevole e caldo, dove bere un grande cocktail.

 

The Noble Experiment
The noble Experiment

Dove bere il Gin&Tonic in Romagna:

The Noble Experimet – Cocktail Club
Santarcangelo di Romangna, via dei Nobili 12
Tel 393 – 3531664

Bevabbè
Riccione – viale Corridoni
Barman Federico Ascani
www.bevabbe.com

il Vicolo di Bacco
Riccione – viale Ceccarini n.73
www.vicoloriccione.it

Osteria Cenè
Cesena (FC) – via Abrizzi n.3

La Cantinaza
Milano Marittima – viale Gramsci n.37
www.lacantinaza.com

Bar dalla Iole (da aprile a ottobre)
Rimini – via Destra del Porto n.27/b
www.dallaiole.com

Neon Caffè
Rimini – via Garibaldi n.25